Arcavacata 2007 - Voglia di cambiamento!

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Il macigno del terzo mandato



L
a modifica dello Statuto del marzo 2006, che ha introdotto la possibilità del terzo mandato per il Rettore in carica, pesa sempre più sulle prossime elezioni di Arcavacata. Il Rettore uscente ha evitato accuratamente di parlarne, sperando che con il tempo sopraggiungesse l’oblio. Invece, nei colloqui che si succedono giorno dopo giorno, questo tema ritorna costantemente. È una ferita non ancora rimarginata.

Con il passare dei mesi sono venute meno anche le pallide giustificazioni che furono addotte all’epoca per spiegare quella infelice decisione. Si disse che il terzo mandato era solo il primo passo indispensabile per una profonda revisione dello Statuto, che una grande stagione di riflessione collettiva si apriva con quella delibera, che per questa rivoluzione copernicana ci voleva un solido e collaudato nocchiero. Il Rettore, in particolare, si impegnò a  “calendarizzare sedute plenarie con cadenza mensile, nelle quali possano essere discusse e deliberate le singole modifiche, prevedendo, comunque, una deliberazione finale sulle modifiche nel loro complesso, in analogia con l’approvazione delle leggi in Parlamento”.

In 15 mesi non è successo nulla. Il Rettore ha intascato l’ok sul terzo mandato e ha disatteso gli impegni presi con buona pace di chi, in buona fede, gli aveva creduto.

Il Rettore non ha rispettato gli impegni per il semplice fatto che non poteva rispettarli. Non poteva, infatti, avviare una discussione generale sullo Statuto prima delle elezioni, perché non avrebbe potuto concretizzare la sua idea di governance. Leggendo sempre l’istruttivo verbale del Senato Accademico Integrato del 16.03.2006 si trova questa affermazione: “i punti da affrontare riguardano la migliore coniugazione di democrazia ed efficienza di  governo. Oggi i processi decisionali sono troppo lunghi e diversificati, le competenze spesso si sovrappongono. Partecipiamo a troppi Consigli. Le responsabilità delle decisioni spesso non sono chiare. Di frequente le stesse decisioni sono il frutto di faticose mediazioni mentre sempre più nei prossimi anni avremo bisogno di scelte e determinazioni prese anche rapidamente e con chiarezza di  responsabilità, delle quali si dovrà poi dar conto al proprio elettorato. In sintesi ma, allo stesso tempo, centrando il punto nodale della nostra riflessione, è necessario realizzare un indirizzo politico democratico che porti a costituire una maggioranza che governa ed una opposizione che controlla”.

Quindi più potere al Rettore e all’oligarchia che lo sostiene. Meno riunioni del COCOP, del Senato, del Consiglio di Amministrazione. Decisionismo estremo. Verifica a consuntivo. Ogni quattro anni.

Discutere queste cose prima dell’elezione sarebbe stato impossibile. Si sarebbero create differenziazioni circa l’equilibrio dei poteri, il controllo democratico, gli strumenti con cui esercitare tale controllo. Difficile trovare una soluzione che accontentasse tutti. Difficile tenere a bada le anime belle che vogliono privilegiare la discussione e la concertazione e che, al contrario del Rettore e di molti Presidi, immaginano che la decisione sia il punto di arrivo e non il punto di partenza della discussione. E quindi il rischio di partorire un decisionismo annacquato che non si concilia con le strategie del Rettore. Allora meglio superare lo scoglio delle elezioni. Poi sarà più facile imporre la svolta decisionista. Il metodo ormai è sperimentato, basterà fare come per il terzo mandato.

Il discorso del nocchiero dal canto suo non è mai stato verosimile, tanto è vero che è stato abbozzato a bassa voce anche dai più adulanti sostenitori. Infatti non può essere credibile chi sostiene che l’Università non possa fare a meno di lui, dopo avere manifestato, solo qualche mese prima, l’intenzione di abbandonare tale ruolo per andarsi a sedere nella Giunta o nel Consiglio Regionale.
Tutti gli alibi sono quindi caduti. La realtà appare a tutti evidente. Il Rettore ha voluto solo continuare ad esercitare il suo potere personale sull’Università, visto il cattivo esito della sua candidatura politica.

La credibilità dell’Ateneo ne è uscita fortemente compromessa, dimostrando che esso, lungi dal porsi come modello virtuoso per il contesto calabrese, ne ha invece rapidamente mutuato gli aspetti più deleteri e in particolare la vocazione a mantenere le posizioni apicali al di là del lecito e della decenza, a sbarrare il passo a qualsiasi ipotesi di cambiamento, a occupare le istituzioni anziché servirle.

Le modalità scorrette con le quali fu approvata la modifica, il mancato rispetto delle norme del Regolamento Generale di Ateneo, l’evidente conflitto di interessi di molti dei partecipanti alla riunione, hanno reso ancor più imbarazzante quella pagina del nostro recente passato.

Il Rettore ha un’ultima chance per riacquistare un minimo di credibilità: ottenere un plebiscito che dimostri che le critiche a lui mosse sono del tutto inconsistenti. Che l’Università ha dimenticato o ritiene che l’evento non sia stato importante.
Questa legittima e comprensibile speranza sembra però attenuarsi con il passare del tempo. La mia candidatura ha reso più ardua la strada del plebiscito che sana ogni ferita e dissipa ogni dubbio.
Lo stesso Rettore ha prospettato l’ipotesi di non essere eletto al primo turno, affermando la sua volontà di andare comunque alle votazioni successive. Dichiarazione diretta con tutta evidenza alla sua maggioranza per sbarrare il passo a soluzioni alternativeUn segno di evidente preoccupazione e di scollamento.

In ogni caso la vicenda del terzo mandato peserà come un macigno sulle prossime elezioni, e sarà probabilmente decisiva per l’elezione del Rettore, perché molti ancora oggi condividono le belle parole che alcuni colleghi seppero trovare prima della votazione:

«la nostra Università ha a lungo funzionato con regole e logiche diverse da quella delle altre Istituzioni pubbliche regionali, diventando in qualche modo il simbolo della possibilità di un cambiamento. E in questa Regione i simboli hanno un’importanza molto maggiore che altrove: una modifica dello Statuto che rimuovesse l’obbligo del ricambio nelle funzioni apicali dell’Ateneo sarebbe un segnale sbagliato al mondo che ci sta attorno e ci guarda con attenzione - soprattutto al mondo giovanile».
 


Arcavacata, 22 giugno 2007


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