Arcavacata 2007 - Voglia di cambiamento!

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Fare il Rettore non è un mestiere



Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale del professore Latorre è legata al fatto che, secondo i suoi sostenitori, l’Università ha bisogno, per essere governata, di una persona esperta. Il Rettore uscente risponde a questo identikit, il suo antagonista no. E quindi il gioco è fatto.
Potrei ricordare il curriculum interno dell’Università o le esperienze manageriali esterne come la direzione dell’IRPI e il ruolo di vicecommissario a Sarno. Ma non credo che sia questa la prospettiva giusta per inquadrare la questione.

La mia idea è diversa. Non serve una persona che faccia il Rettore di “mestiere”, che abbia, cioè, esperienza di gestione, ma sia lontano dalla didattica e dalla ricerca. Non serve una persona che partecipi ai Convegni solo per dare i saluti. Che non sia sommersa dalle tesi di laurea. Che, da troppi anni, non misuri personalmente il livello di preparazione che hanno i ragazzi e le ragazze che arrivano da noi; che non abbia un osservatorio diretto che gli consenta di valutare i progressi che gli studenti conseguono, anno dopo anno, nella triennale e nella magistrale. Non serve una persona che non si sia mai misurata con le difficoltà di organizzare un Corso di laurea secondo il nuovo ordinamento, cercando di valorizzare gli aspetti positivi, accorgendosi degli errori fatti e ponendovi rimedio. Una persona che da troppi anni non si confronti direttamente con la difficoltà di mettere e tenere in piedi un gruppo di ricerca efficace, in un quadro di incertezza che non consente ai giovani laureati, bravissimi e che vorrebbero mangiarsi il mondo, di sapere se e quando potrà esserci una chance di assunzione anche per loro.

Ecco, io penso che se la scelta si facesse solo in base al curriculum, mi piacerebbe essere votato per le mie 250 tesi di laurea, lette e seguite una per una, per i corsi che faccio al primo, al secondo e al terzo anno della triennale e al primo anno della magistrale, per l’organizzazione data al corso di laurea che presiedo, per le migliaia di esami fatti, per il contributo costante dato, per 34 anni, al funzionamento del mio Dipartimento e della mia Facoltà, da collega tra colleghi, da professore tra professori, da persona tra persone.

L’Università ha bisogno di essere guidata da un professore che conosca i problemi e abbia voglia di risolverli, non ha bisogno di un politico che faccia il Rettore di mestiere, e veda l’Università attraverso i numeri delle sue statistiche.

Si capisce l’Università parlando con la gente, sporcandosi le mani dei problemi, dei disservizi, delle disarmonie, delle difficoltà degli studenti e dei lavoratori. I problemi vanno affrontati e risolti, non possono essere elusi. Le critiche servono per migliorare l’Università, non per turbare la suprema armonia.
È necessario vedere e rappresentare la realtà per quella che è, con il positivo e il negativo, facendosi venire qualche dubbio, magari una volta all’anno. Non è giusto curare ossessivamente l’immagine come se l’obiettivo fosse solo la vendita di un prodotto. Ma soprattutto è necessario ascoltare, ascoltare e ancora ascoltare.

D’altra parte l’esperienza, purtroppo, non mette al riparo da errori anche clamorosi come quelli commessi in occasione della vicenda Bats-Luim, che ha occupato, con grande evidenza e a più riprese, le pagine dei giornali. L’esperienza perciò conta fino a un certo punto, è utile ma non può essere decisiva. Sarebbe assurdo pensare che le cose possono essere fatte solo da chi già le ha fatte.

Nella realtà per governare l’Università servono altre capacità: saper affrontare e risolvere in modo razionale ed efficace problemi complessi e nuovi che non trovano risposta nell’esperienza fino a quel momento maturata; saper coinvolgere tutte le competenze e le esperienze presenti; creare metodi e procedure per affrontare e gestire i problemi; mostrare disponibilità, rispetto, lealtà nei rapporti interpersonali.

E poi il cambiamento è sempre positivo. Nuovi punti di vista aiutano a risolvere problemi da tempo incancreniti o a trovare forme nuove per affrontare questioni importanti, banalizzate dalla routine.  



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