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Prof. Antonio Mario Tamburro - Rettore dell'Università della Basilicata

Un Rettore davvero Magnifico

Università della Basilicata
Inaugurazione Anno Accademico 2006/2007

Relazione del Rettore Prof. Antonio Mario Tamburro


Ho subito da inserire una parentesi e cioè vorrei scusarmi con le Personalità presenti e con il pubblico se, d'emblai, mi rivolgo agli studenti. È un impegno che ho da sempre con loro e cioè di non dimenticare mai che sono gli studenti i protagonisti dell'Università. Così feci quando, tanti anni fa, tenni la mia prolusione in questa Università. Così farò oggi.
Dunque, cari studenti, il vostro Rettore, Magnifico o no che sia, non potrà oggi fare la consueta relazione dei Rettori. Un po', ovviamente, perché, essendo insediato da meno di due mesi poco o nulla potrei dire di ciò che il Rettorato ha fatto nell'anno trascorso. Peraltro, ed è la ragione principale, io non riesco a fare le solite relazioni, zeppe di cifre, di statistiche, talvolta di trionfalismi, talvolta di richieste al Ministro di turno e via dicendo. Francamente queste cose, che forse sarebbero utili, io non riesco a farle, e allora, do a voi e a tutti i presenti solo alcune indispensabili informazioni. Pur ad iscrizioni non ancora concluse, siamo già ad un incremento di circa il 6% sugli studenti immatricolati. Il numero complessivo sale quindi a 9155. 
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Apro qualche squarcio, infine, su ciò che si vorrà fare nel prossimo futuro:
  • innanzitutto noi intendiamo contribuire, al meglio delle nostre possibilità, al progresso di questa regione in stretta collaborazione con i responsabili regionali, provinciali e cittadini di Potenza e Matera. A tal proposito ringrazio innanzitutto la Regione per l'aiuto, anche economico, ma non solo. Vorrei puntualizzare. Il contributo che l'Università intende dare non è quello, un po' becero, confessiamolo pure, di semplice erogazione di servizi. Ciò può episodicamente accadere, ma ben altro è il ruolo che l'Università deve svolgere. Parafrasando Mao Tze Dhong noi insegniamo a pescare, se talvolta peschiamo lo facciamo, appunto, per insegnare;
  • la didattica: com'è noto il precedente Senato Accademico aveva deciso di attivare, col contributo economico della Regione, quattro nuove Facoltà e cioè Economia e Farmacia a Potenza, Architettura e Scienze della Formazione a Matera. Siamo pronti in tutto e per tutto anche se le cupe ombre della Finanziaria sembrano calare su Matera. Cercheremo poi di consolidare i Corsi di laurea esistenti al meglio delle nostre possibilità.
L'Università ha come oggetto d'interesse il cosmo, come interlocutore cui riferirsi la comunità internazionale; rientra amministrativamente in un sistema nazionale e opera in una realtà locale. Perché una Università sia davvero Università, queste differenti dimensioni debbono armonicamente coesistere. La funzione del sistema universitario pubblico è, in effetti, garantire in ogni "territorio" il contatto vivificante con la dimensione universale della Scienza.

Il lavoro svolto negli anni passati ha posto le basi di una organica collaborazione con il governo locale che si è concretata in una legge regionale. Questo risultato, comunque importante, non è un punto di arrivo di cui appagarsi ma un punto di partenza e una sfida da raccogliere. La sfida ha più aspetti, alcuni dei quali richiedono particolare attenzione.
  • La gestione delle nuove risorse non deve sacrificare alla necessaria interazione con la "società civile" una responsabile autonomia di scelte e indirizzi. Bisogna aprire le nuove Facoltà, già programmate  dal Senato  Accademico, senzaimprovvisazioni, garantendo tutti i necessari requisiti, culturali ancor prima che di ordine logistico e amministrativo.
  • Occorre rilanciare e ampliare l'iniziativa a livello nazionale: l'Università della Basilicata deve diventare problema e modello nazionale, in quanto Università in grado di attivare, attorno a serie proposte, un intervento politico che non può restare solo locale.  Si propone in tal senso di portare a cofinanziamento  quel che si è ottenuto  localmente, con richieste e proposte che stimolino un investimento strategico da parte di un governo che dovrà mostrare la sua capacità di invertire la rotta e inverare i principi  espressi nel suo programma. Per tutto ciò chiediamo al Presidente della Regione, dott. Vito De Filippo, di lottare con noi per l'ottenimento di un accordo di programma trilaterale Ministero - Università della Basilicata - Regione Basilicata. Speriamo che la luce, e soprattutto la costanza, della ragione, ci assista in questa impresa.
La ricerca costituisce il mio primo pensiero, la mia più grande preoccupazione come Rettore. Come persona è il mio "vizio assurdo", usando una irriverente parafrasi di Cesare Pavese. Impegneremo tutte le nostre forze per ottenere finanziamenti non marginali dall'Unione Europea, attraverso il Ministero dell'Università e della Ricerca. L'idea è quella di riuscire a far capire che una piccola (ma neanche tanto) Università, ancor più delle grandi ha il dovere di far ricerca, se no diventa rapidamente un cattivo liceo. Questo è tanto più vero dopo il lusinghiero giudizio espresso dall'Organo di Valutazione Nazionale sulla ricerca del nostro Ateneo. A Bruxelles, dove sono andato due settimane fa, pare abbiano capito? E a Roma?

Ed ora mi avvio rapidamente ad altro tipo di discorsi.

Io credo che un Rettore, forse solo per onestà intellettuale, dovrebbe pur ispirare la sua azione ad un modello, ad un'idea di Università. Per essere più preciso mi rifaccio alla mia esperienza di studioso. Io sono uno scienziato e nella mia attività di ricerca progetto ed elaboro esperimenti ovviamente basati su ipotesi di lavoro, a loro volta provenienti da teorie generalizzate che, per dirla alla Popper, sono condivise perché non falsificate.
Partendo da ciò io dico che la visione aziendalistica dell'Università, in voga nella politica, anche accademica, fino a qualche anno fa è ormai rifiutata negli Atenei italiani. Si tratta infatti di teorie, economicistiche e non economiche, in gran parte falsificate dai pessimi risultati ottenuti. Noi ricercatori - professori universitari siamo stati francamente umiliati a tutti i livelli, locali, nazionali, europei. I nostri articoli, libri, brevetti identificati come "prodotti", la nostra didattica valutata in funzione del numero dei promossi. Siamo stati costretti, anche a livello europeo, a presentare progetti in cui la parte scientifica si riduce ad una mezza paginetta, e la parte burocratica, spesso incomprensibile, si estende a decine e decine di pagine.

I burocrati che, a quanto pare, comandano più dei politici, ci hanno imposto sia in Europa che in Italia di mascherare le nostre ricerche di base facendo finta di indagare su improbabili aree di ricerca industriali e il tutto condito da spin-off, top-down e conseguenti avvilimenti. Non c'è più alcun senso di ciò che è il sapere, di ciò che la cultura rappresenta nello sviluppo anche economico di un Paese. Non si vuol capire, poi, che il problema non è il numero dei laureati tout court, ma il numero di laureati di qualità.

Se questo è lo sconfortante quadro internazionale e nazionale, figurarsi cosa avviene a livello locale. Incessante la richiesta di favorire lo sviluppo imprenditoriale. Ma, a parte il fatto (peraltro non trascurabile) che lo sviluppo non coincide col progresso, anzi, e in ciò rimando a Pier Paolo Pasolini, resta comunque la realtà, certamente fondamentale, che il tessuto imprenditoriale della Basilicata è debole, e purtroppo anche fragile, come recenti infortuni mostrano con chiarezza.
Dunque, che fare, come qualcuno scrisse in epoche ormai lontane? Io sono profondamente convinto che il modello humboldtiano di Università, sia pur aggiornato e razionalizzato, sia sempre il migliore. Io credo che l'Università non possa essere semplicemente la sponda dell'industria. È ben strano che le imprese, con la condiscendenza dei Governi, impongano che l'indispensabile innovazione sia fornita dallo Stato mediante l'Università. In fin dei conti i profitti, quanto ci sono, non sono condivisi col pubblico, solo i debiti vengono accollati ai cittadini. In questo senso vorrei sapere quanto delle poche centinaia di milioni presenti nella Finanziaria sotto la voce ricerca, andranno effettivamente alle Università e quanti soldi piuttosto alla ricerca industriale, cioè alle imprese. 

Ciò che primariamente l'Università deve trasferire, a voi studenti, alle imprese, ai cittadini tutti è il sapere da essa criticamente elaborato. Ma non è tutto. Sempre più spesso e sempre con maggiore acrimonia i media trasmettono un'immagine dell'Università terribilmente negativa. Per un verso il messaggio è frutto di una sotto-cultura ormai tanto più invasiva quanto più grossolana. I fisici costruiscono bombe, i chimici inquinano il Pianeta, gli astronomi fanno gli oroscopi, i biologi creano i mostri e i letterati, ahiloro, sono dei rimbambiti che raccontano fiabe. Per un altro verso noi professori siamo percepiti come una categoria di farabutti impuniti; in quanto a veleni e nepotismi battiamo di gran lunga i Borgia, rubiamo allegramente stipendi e non solo, siamo per lo più ignoranti, in fin dei conti, come ci disse la suprema Moratti, quanti Premi Nobel siamo capaci di vincere?

Intendiamoci: io qui non nego che, come dappertutto nel nostro Paese, anche nell' Università ci siano bubboni di disonestà intellettuale, che anche da noi fioriscano quei personaggi che dilapidano il bene pubblico almeno quanto accuratamente conservano il (loro) bene privato. Si, li conosco anch'io quei professori che di buon mattino, lindi e profumati, baciano mogli e figliolanza e sorridendo vanno a rubare le nostre vite. Mentirei, se negassi, e non voglio mentire. Ma da qui a dire che questa è la norma, ce ne corre, perché, altrimenti, come potremmo spiegare l'altissima produttività scientifica pro-capite delle nostre Università? E' fra le prime del mondo.

La qualità dei nostri ricercatori, spesso in fuga, ci viene invidiata dalle migliori Università straniere. Eppure noi lavoriamo in condizioni di pesante handicap strutturale e finanziario. Prendiamo a mo’ di esempio l'Università della Basilicata. Questa Università nacque con una legge speciale, quella della ricostruzione dopo il terremoto devastante del 1980. Talvolta, anche in questo sfortunato Paese, si fanno delle leggi "buone e giuste"! Si decise allora, con buona dose di lungimiranza (virtù rara al di qua delle Alpi), si decise, dicevo, che oltre a ricostruire, si poteva (si doveva) anche costruire, fondare cioè, attraverso il sapere, una identità che uscisse finalmente da quella sottocultura della subordinazione, da quella rassegnazione che per secoli aveva bloccato il progresso del popolo lucano. Da questa scelta nacque l'Università che fu, fin dall'inizio, "della Basilicata", non di Potenza o di Matera. E così ha continuato ad essere.
Ma nel 1982, anno della fondazione, eravamo in pieno edonismo reaganiano, o meglio nella sua variante  italica, quella dello spreco finanziato dal debito pubblico. Durò poco e furono i più piccoli e i più poveri, come sempre, a pagare il prezzo più alto. E così fu per noi. Falcidiati dai tagli finanziari, da leggi e leggine che favorivano i trasferimenti dei docenti a più grandi atenei, rischiammo il collasso all'inizio degli anni '90. Poi, lentamente e con grandi sacrifici, ci siamo ripresi. Ma, ovviamente, se non siamo più in agonia, non siamo certo in grande forma. E come potremmo?   

Un'Università che voglia spiccare il volo non può che fondarsi (per poi fiondarsi) sui giovani ricercatori. A loro tocca ricevere la nostra esperienza culturale, a loro spetta elaborare il nuovo sapere. Ma ciò si ottiene solo con anni ed anni di faticosa, anche se esaltante ricerca. Mi si spieghi, allora, come si può decentemente chiedere tutto ciò a giovani, che tanto più se brillanti, sono costretti a precariati talvolta più che decennali.

È da qui che origina la fuga dei migliori, è da qui che nasce la crisi delle piccole Università, è da qui che si propaga il maledetto virus della mediocrità, del tiriamo a campare. Si può dar loro torto?
E si può dar torto al personale tecnico-amministrativo? Che motivazioni, che senso di appartenenza, che dignità possiamo dar loro? La maggior parte è afflitta da montagne inutili di carta, da quel "mondo di carta" a cui si riferiva con sdegno Galileo Galilei. E anch'essi, se di ruolo, con salari poco dignitosi o, anche peggio, in condizioni di precariato selvaggio. Agli uni e agli altri, ai giovani precari e al nostro personale, noi dobbiamo restituire sicurezza e dignità.
No, io non credo che la flessibilità del lavoro (orrendo eufemismo che ipocritamente maschera il precariato) permetta alla gente di lavorare davvero. La mia generazione non ha subito quest'onta, non ha sperimentato il dramma del precariato di lungo corso. Io farò di tutto, e anche di più, per far finire questo sconcio nella mia Università.

Probabilmente non servirà a nulla, a che può servire il Rettore di una Università di campagna, alla periferia dell'Impero? Ma lo farò lo stesso. Anche se tempi amari imperversano su quelli che non vogliono degradare a furbizia la loro intelligenza, lo farò perché comunque non posso e non voglio sottraimi alle categorie dell'etica. Infatti quasi quarantatre anni fa io strinsi un patto con la mia Repubblica, non, si badi bene, con questo o quel Governo - fra parentesi io vengo da una cultura di sinistra ma, appunto, critico soprattutto la sinistra - un patto, dicevo, per cui io avrei dato il meglio di me nella ricerca e nella didattica, senza risparmio. In cambio avrei ricevuto un salario dignitoso, nulla di più, ma anche, e soprattutto, il prestigio del professore universitario. Questo patto, beninteso non scritto, è stato infranto dalla Repubblica, ma io, incatenato all'etica, lo rispetto ancora.

Signor Presidente, io non ho da mostrare a Lei un altro improbabile cahier de doléances, un altro quadernetto di piagnistei. Ne avrà sentito già tanti! Nonostante la Finanziaria, La prego solo di dire (nell'orrendo linguaggio odierno di "rappresentare"), di dire ai suoi colleghi della Camera dei Deputati, quelli che Palmiro Togliatti chiamava gli "onorevoli colleghi", qualche parola a mio nome. Vede, Signor Presidente, Bartolomeo Vanzetti, l'anarchico italiano trucidato dall' establishment statunitense, poco prima di morire rivendicò con orgoglio di essere il figlio dei figli dei figli dei figli di quelli che avevano costruito le meravigliose cattedrali italiane. Noi qui, in piedi, rivendichiamo con orgoglio di essere i discendenti di quelli che contribuirono a creare il sapere (perché, sì, il sapere si crea!) nelle Università italiane, da Marsilio da Padova, a Galileo, a Spellanzani, a De Sanctis, a Natta, a Rubbia, a Levi Montalcini.

Le toghe che noi oggi indossiamo, e che portiamo con onore in tutto il mondo, non sono palandrane per tronfi paludamenti, rappresentano al contrario il richiamo ad un grande passato che, però, non è finito. Sia pur perché poggiamo sui nostri grandi padri, noi guardiamo avanti ed in alto. Non è presunzione, tanto meno albagia, è invece la consapevolezza del ruolo che ricerca e didattica, in fin dei conti la civiltà della conoscenza, possono e devono avere in quel paese che giorno per giorno, con poche gioie e tante amarezze, anche noi contribuiamo a costruire. Quel Paese, Signor Presidente, che è il nostro.

Dica, per favore, ai suoi colleghi che gli Universitari della Basilicata, qui in piedi, mai piegati, in toga e tocco davanti a Lei, non chiedono elemosine né mance, non chiedono prebende. Noi non siamo i discendenti dei monaci questuanti, noi veniamo dai chierici erranti, questo dicono le nostre toghe, noi veniamo da Erasmo da Rotterdam, da Tommaso Moro, da Keplero, da Galileo, da tutti quelli che già nel medioevo e poi nel Rinascimento, e poi nel seicento hanno prima creato e quindi diffuso la cultura universitaria, tout court la cultura dell'umanesimo. Quell'umanesimo che come dice Carlo Carena, è "nella dignità della persona, che viene continuamente riaffermata nella ragionata e libera scelta delle proprie decisioni, nella capacità di resistere al destino e di determinarlo". In breve quella civiltà della tolleranza che risale nei secoli fino   al Socrate dell'Apologia.

Che
siano lì (e non altrove) le radici dell'Europa? Signor Presidente, noi chiediamo RISPETTO, rispetto per la nostra dignità, per quel che siamo stati, per quel che siamo, per quel che saremo.  Qualche  settimana  fa  il  professor  Guido  Trombetti,  il Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane, nella sua relazione sullo stato degli Atenei, concludeva "nonostante tutto, hic manebimus optime".
Già oggi nutro qualche dubbio sull' "optime" ma Le garantisco, Signor Presidente, a nome di tutta la comunità universitaria da me rappresentata, che "hic manebimus ERECTI".

Prof. Antonio Mario Tamburro

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