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Alcune riflessioni sulla lettera 

del Professore G. Violini





Il professore Violini mi ha scelto come oggetto delle sue scrupolose analisi e non manca nessuna occasione per cogliermi in fallo e per sottolineare la mia debolezza e la mia fragilità. È un lavoro paziente e sistematico che svolge abilmente, con puntiglioso zelo. Il suo impegno nel sollevare argomenti di riflessione e di discussione va, comunque, rispettato ed apprezzato.

Con una lettera inviata per Messaggero, egli ha commentato l’incontro del giorno 15 del Corpo Accademico, sollevando alcune questioni che credo sia utile approfondire.

  1. Il professore Violini conosce i nomi delle dieci persone che hanno sottoscritto la mia candidatura. Mi sorprende, perché io non ne ho fatto menzione con alcuno. Sarebbe interessante sapere se ha spinto il suo zelo fino a procurarsi la lista personalmente presso l’Ufficio elettorale o se gli è capitata in altro modo tra le mani.

  2. Non trovo condivisibile l’ottica del professore Violini che individua le riunioni del Corpo Accademico come occasione per manifestare il proprio appoggio a questo o quel candidato, giustificando in tal modo sia la parata che ha caratterizzato gran parte della riunione del 15 giugno, sia l’inutilità del terzo incontro dal momento che non avrebbe portato novità sugli schieramenti. Io penso, invece, che i rari incontri che vedono riunito il Corpo Accademico sarebbero l’occasione giusta per discutere i nodi dell’Università, per confrontare proposte, per capire meglio che rapporto pensiamo debba esserci tra didattica e ricerca, tra Facoltà e Dipartimenti, tra ricerca industriale e ricerca di base, e così via. L’occasione cioè per confrontare idee e non per mettere in mostra la propria forza.
    Se si ragiona come il professore Violini, la riunione del 15 basta e avanza anche per il quarto mandato. Se si ragiona come me, le riunioni non sono mai troppe, perché in ognuna di esse si costruisce un pezzo di Università.

  3. Il professore Violini afferma che i miei sostenitori sono immaginari, perché non c’è un gruppo ben identificato che mi appoggia e si candida con me per una gestione alternativa all’attuale. Io credo, invece, che in una comunità, come dovrebbe essere la nostra Università, non ci sono gruppi di potere che si alternano, ma ci sono persone che cercano di interpretare i segnali che la comunità invia, sporcandosi le mani con una realtà che non è quella che il Rettore declama, ma è molto più complessa e sofferta. Si sviluppano analisi, si fanno proposte, si indicano modelli verso i quali indirizzarsi, ci si confronta con i diversi punti di vista, si cerca il consenso intorno alle proposte e non agli organigrammi. Alla fine di questo giro ognuno valuta e sceglie liberamente nel segreto dell’urna. Mi pare un percorso semplice e lineare, che dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. Non cordate per assumere il controllo dell’Università, ma proposte intorno alle quali costruire la partecipazione ed il consenso.
    Quello che non capisco è la zelante pervicacia con la quale il professore Violini, peraltro in numerosa compagnia, contrasta una candidatura che stando alle sue analisi, è assolutamente priva di consistenza. Perché fare cose inutili?

  4. Contrariamente alle convinzioni del professore Violini, vedere il mio nome sulla scheda elettorale mi riempirà di soddisfazione, scoprire che qualcuno mi avrà accordato la sua preferenza mi farà felice. Sono un animo molto semplice!


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