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La seconda università di Arcavacata

(Pubblicato su Il Quotidiano del 29 Maggio 2007)



Il mondo va avanti e la frontiera delle conoscenze si espande sempre più. Milioni di persone pensano, affrontano nuovi problemi, suggeriscono soluzioni, sviluppano e verificano nuove teorie. Mantenere il contatto con questa realtà che cambia continuamente, sapere cosa si fa nel mondo, magari contribuendo con nuove idee e nuove proposte, è un compito durissimo. Ma un territorio che non è capace di costruire questo legame è destinato a restare indietro e a rinchiudersi su se stesso.

È questo il compito dell’Università: stabilire e mantenere il contatto con la dimensione universale del sapere, nei diversi settori nei quali opera, sviluppando e sostenendo la ricerca. E il legame si rafforza attraverso le riviste scientifiche, i meeting internazionali, la mobilità dei ricercatori.

Ma l’Università deve essere anche lo strumento che aiuta la crescita di tutta la comunità che la circonda, facendo da intermediario tra l’universo delle conoscenze più avanzate e la realtà locale, fatta da nuove generazioni che si preparano per il mondo del lavoro, da attività produttive, da pubbliche amministrazioni, da cittadini che hanno voglia di sapere. A ciascuna di queste realtà si deve dedicare attenzione, con un rapporto dinamico che cambia nel tempo per tener conto delle esigenze del territorio. L’Università aiuta il territorio a crescere e cresce con esso.

In un contesto efficiente con una scuola che garantisce una base conoscitiva adeguata, un sistema produttivo sviluppato, valide amministrazioni pubbliche, le cose, ovviamente, funzionano al meglio. Il sistema è competitivo e si sviluppa, lo scambio è efficace, tutti traggono vantaggi.

Ma purtroppo non è questo il caso della Calabria
. Operando in una territorio difficile, dove troppi indicatori economici, sociali e culturali sono negativi, l’Università ha un compito più arduo perché deve trovare il punto di equilibrio tra due posizioni estreme, ambedue astratte. Essere torre eburnea, motore di se stessa, sorda e cieca ai problemi del mondo esterno, tutta intenta al Gioco delle perle di vetro. Oppure, al contrario, surrogare le inefficienze del sistema, diventare impresa, ufficio tecnico o amministrativo per gli enti pubblici, scuola di formazione professionale. Riempire i consigli di amministrazione, i comitati tecnici, i comitati scientifici e quanto altro. Mettersi al servizio del territorio, seguendone le mutevoli richieste e adattando ad esse la propria attività istituzionale, con tanti saluti alla dimensione universale del sapere.

L’Università, è evidente, deve trovare una posizione di equilibrio, fare da traino senza snaturare la sua missione, aiutare la Regione a crescere, senza diventare un Ente regionale. Questo equilibrio ben presente in Andreatta e nei padri fondatori, si è andato progressivamente smarrendo.

A ben guardare è questa la vera posta in palio nelle elezioni di Arcavacata del 27 giugno. Nei suoi otto anni di incontrastato potere il professore Latorre ha smarrito il senso della missione dell’Università della Calabria. Ha spostato il punto di equilibrio troppo lontano dalla primaria esigenza di mantenere il contatto con la dimensione universale del sapere.
Ha sposato in pieno la sciagurata visione dell’Università azienda, tanto cara al ministro Moratti, di cui, non a caso, è stato strettissimo collaboratore nella Commissione De Maio
.

Ha puntato sulla quantità, trascurando la qualità, ha spalancato l’Università agli interessi esterni
. Ma soprattutto ha fatto crescere ad Arcavacata una seconda Università, fatta di attività collaterali, commerciali, aziendali, di sigle misteriose che sottraggono spazi che potrebbero servire ai dipartimenti o per realizzare aule attrezzate, che oggi sono al livello di una buona scuola superiore.

La crescita di questa seconda Università avviene nella confusione dei ruoli, con la stessa persona che racchiude in sé le due funzioni di Rettore dell’Università e capo dell’apparato aziendale come Presidente di Calpark. Con una confusione di ruoli che discende per li rami, con rispettabili colleghi che non si capisce di quali interessi siano portatori. La deriva è chiara e preoccupante. Ci sono iniziative estemporanee come alcuni dei Centri di Competenza recentemente istituiti, con contenuti scientifici prossimi allo zero. Si fa strada l’idea di trasformare pezzi di Università in Centri di ricerca e sviluppo, per attività industriali.
C’è la privatizzazione crescente di funzioni strategiche come la produzione di energia, con una megacentrale elettrica affidata a privati.

Sono fatti inquietanti che chiedono un’attenta riflessione.




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