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Quando gli studenti devono trovare la strada

(Pubblicato su Calabria Ora del 30 Maggio 2007)



Gli studenti di Arcavacata sono quasi tutti calabresi. Alcuni vogliono la laurea come passaporto per andare altrove, ma la gran parte pensa di restare in Calabria. La loro situazione non è facile. Si impegnano con tutte le loro risorse per riuscire negli studi, concluderli al più presto e nel migliore dei modi, ma sanno anche che le maggiori difficoltà verranno dopo.

Sanno che le conoscenze acquisite, i successi conseguiti nello studio, saranno poca cosa di fronte a un mercato del lavoro asfittico, che offre precariato e poco si cura della qualità.
Sanno che per accedere ad un posto di lavoro, anche se temporaneo e precario, non sempre sarà sufficiente avere i requisiti giusti, avere i titoli necessari, superare le prove pratiche, sostenere un brillante colloquio, ma servirà in molti casi un aiutino, magari per non essere ingiustamente scavalcati, ricorrendo a qualche faccendiere che ha le conoscenze necessarie e può essere decisivo.
Sappiamo che non è giusto, ma così vanno le cose. E allora non basta studiare, essere un bravo studente e un bravo laureato, ma occorre fare di più: impegnarsi per aggiustare le cose che non vanno.

La scuola e l’Università hanno anche questo compito: contribuire a formare non solo professionisti ma anche cittadini, capaci di indignarsi per le cose storte e decisi a rimetterle a posto.

Un obiettivo così ambizioso non si raggiunge con i pistolotti, le prediche, i convegni, ma con l’esempio concreto. Dimostrando che esistono luoghi in Calabria, come l’Università, dove conta solo la competenza, la serietà, l’impegno, dove si va avanti perché si è bravi, dove l’appartenenza di qualsiasi tipo non conta nulla. Purtroppo è l’Università dei sogni, non quella di Arcavacata.

E allora gli studenti devono trovare la strada da soli, utilizzando questa stagione irripetibile della loro vita per capire che il loro compito principale è trasformare la Calabria, spalancare le porte al nuovo, spazzare via la muffa che copre ogni cosa, pretendere la qualità in chi li amministra e in chi li governa, candidandosi a governare essi stessi. Per non diventare, tra qualche anno, ribelli da pizzeria che, per sopire il rimorso delle battaglie non fatte, dicono peste e corna di tutto e di tutti. Ma solo tra amici fidati, e a bassa voce per non far sentire al pizzaiolo. 

Per cominciare si può partire dall’Università, dalle cose che non funzionano. La scarsa qualità delle aule, la carenza di spazi per studiare, l’eccessivo carico didattico, l’insufficiente numero di sessioni di esame, l’inadeguata assistenza fornita da alcuni docenti, durante e dopo i corsi, la difficoltà nel reperire informazioni, la carenza di laboratori didattici e di aule informatiche, l’insufficienza del sistema dei trasporti, la carenza di spazi per il relax, la pratica sportiva e il tempo libero, l’eccesso di burocrazia, la qualità dei servizi, il costo del materiale didattico, la scarsa vivibilità del Campus, l’assenza di iniziative nei week end, la scarsa sicurezza, il degrado crescente, la mancanza di spazi wireless, la scarsa informatizzazione dei servizi amministrativi per gli studenti. Sono questi alcuni dei principali problemi sui quali incominciare a pretendere risposte.

Ma soprattutto c’è il problema della inadeguata preparazione degli studenti in ingresso e la conseguente necessità di un progetto di didattica integrativa che utilizzi al meglio tutte le risorse disponibili, prevedendo un sostegno continuo con corsi di azzeramento, corsi integrativi e di recupero, assistenza personalizzata, tutoraggio, autoapprendimento, e-learning. Tutte cose che si sarebbero dovute fare in questi anni, ma sono state fatte solo a titolo di volontariato in qualche caso isolato.

Ho incontrato il Consiglio degli studenti e ho esposto il mio punto di vista. Ci sono stati molti interventi di persone che sanno di cosa si parla e hanno espresso posizioni vicine alle mie o del tutto antitetiche, con chiarezza e determinazione. Una bella cosa. Unica nota stonata lo scarso numero di ragazze. Solo sette donne fanno parte del Consiglio su un totale di 55 membri Quindi solo il 13% di fronte al fatto che le studentesse sono il 57%. Un limite serio perché l’avvenire della nostra regione è in gran parte nelle mani delle donne. Basta che ne prendano coscienza.

Il Consiglio è comunque uno strumento utile che va valorizzato, aprendolo agli altri studenti, promuovendo iniziative, dibattiti, confronti. Ma accanto al Consiglio occorre una maggiore incisività delle associazioni e dei gruppi che non possono limitarsi al collettamento dei voti in tempo di elezione, ma devono essere sempre attive e mantenere alta l’attenzione.

C’è anche una buona stampa nel Campus che affronta i problemi da diverse angolature. È stimolante e va incoraggiata. È molto letta ma non riesce a rendere protagonisti gli studenti. Sono ancora pochi gli interventi esterni, le lettere, i commenti. Anche il mio sito è molto visitato dagli studenti, ma anche qui poche proposte e pochi suggerimenti. La partecipazione è ancora scarsa ed occorre lavorare per dare voce a tutti.

Le prossime elezioni del rettore sono un momento importante che deve vedere gli studenti intervenire nel dibattito, da protagonisti e in modo autonomo, con le loro proposte e le loro esigenze. Il coefficiente riduttivo che ne pesa il voto è inaccettabile e al più presto dovrà essere riconosciuta a tutti la pari dignità: una persona un voto.

Tuttavia il voto è una conquista ed è importante votare in massa il 27 giugno, per dare un chiaro segnale politico e testimoniare la volontà di partecipazione.  




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