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L'accusa di Piperno: 

l'Unical dei mediocri e delle servitù

(Articolo pubblicato su La Provincia cosentina di Giovedì 12 Luglio 2007 )



Mentre a Roma comincia a intravedersi una timida consapevolezza della necessità di abbattere i costi della politica, in Calabria la “malagestione” della cosa pubblica non conosce interruzioni. Le inchieste giudiziarie e il grido d'allarme lanciato dai settori più avveduti del mondo politico nazionale non riescono a mettere in fuga l'esercito dei profittatori che stanno depredando le risorse pubbliche calabresi. Si assiste invece a una moltiplicazione di iniziative clientelari con cui il ceto politico cerca di rendere inoffensiva una contestazione di cui si avvertono i primi segnali.

Chi si attendeva una presa di coscienza collettiva sulla necessità di battersi contro mafia, affarismi, corruzione deve purtroppo constatare che la classe politica locale non ha l'attitudine a rispettare regole che siano in rotta di collisione con i propri interessi. E così i costi della politica diminuiscono nelle chiacchiere ma aumentano nei fatti. L'ultima perla della malagestione: l'istituzione del Comitato regionale dell'economia e del lavoro Crei che è la brutta copia dell'inutile Cnel nazionale.

Il tarlo della malagestione corrode intanto anche istituzioni ed enti che avrebbero dovuto rappresentare l'altra Calabria, quella del buongoverno e delle regole uguali per tutti. Sul governo dell'Unical c'è la stroncatura di Franco Piperno che non esita a parlare di università dei mediocri e della servita volontaria.


All'Unical cosche di interessi

L'Università della Calabria ha trentacinque anni e li dimostra tutti. Da fucina di sapere si è trasformata progressivamente in una grande azienda. Ordinata, disciplinata ma senz'anima. Nella quale i professori, più che al ruolo di educatori, sono interessati a quello di imprenditori di sé stessi. E con studenti che spesso e volentieri recepiscono i loro insegnamenti passivamente.
È l'Università che elegge senza colpo ferire lo stesso rettore per dodici lunghi anni. Affidandogli quasi acriticamente il compito di andare avanti col suo programma. Nel quale la ricerca dovrebbe essere al primo posto e invece sembra essere diventata uno "specchietto" per salvaguardare sempre gli stessi interessi. Di bilancio...
Franco Piperno vive ormai con disincanto questa situazione. Prova a scuotere gli animi ma non è facile. A partire da concetti come quello della ricerca.

Professore Piperno, che cosa intende lei per ricerca?
«Ricerca è il modo moderno di indicare il lavoro intellettuale. Paradossalmente siamo tutti ricercatori, ma questo ormai è diventato solo un vezzo industrialista che è entrato di prepotenza nell'Università. Quando si usa la parola ricerca, allora, dovrebbe essere implicito cercare qualcosa di nuovo.
Converrebbe parlare di "trovatori" più che di ricercatori; si capirebbe di più il senso... Al di là di questa connotazione, che ha a che fare con i rapporti con l'industria, più sperati che esistenti, credo che si debba andare oltre. L'Università è un luogo singolare, nel quale emergono condotte finalizzate a capire. È come se ci fosse un gioco della verità, anche se la verità non viene individuata quasi mai... Perché lo scopo sociale dell'Università dovrebbe essere proprio quello di cercare la verità e di argomentare pubblicamente i risultati raggiunti. Non è semplice fare ricerca.
L'Università è il posto dove la conoscenza dovrebbe essere formalizzata, ma fortunatamente la conoscenza è molto più vasta. Diciamo allora che è importante per la trasmissione pubblica e accessibile al pubblico di un lavoro intellettuale e di ricerca. Ma anche in questo caso ci sono molti limiti per raggiungere la verità...».

A proposito di alta formazione e ricerca in questi giorni Regione e Unical hanno lanciato i tirocini. Cosa ne pensa?
«Da una parte è positivo che questo strumento della borsa di studio venga riservato ai giovani laureandi e non ai dottorandi o a quelli che proseguono per la via della ricerca. In questo senso è una chiave possibile per avvicinarsi al concetto di reddito garantito. Come al solito però, per l'incapacità burocratica della Regione, questi fondi sono arrivati all'ultimo minuto. La scadenza formale sarebbe quella di settembre, ma in realtà per avere una chance di vincere la "borsa", poiché bisogna passare dalla burocrazia universitaria, la vera scadenza è già oggi... Chi non ha rapporti con l'Università è tagliato totalmente fuori. La stessa borsa di studio (che già è ridotta a un anno invece che a tre, come dovrebbe...) viene ulteriormente ridimensionata da questo meccanismo. Che non definirei più neanche baronale... Lo definirei invece come un sistema di "cosche provvisorie di interessi"...».

È un'accusa grave al sistema dei suoi stessi colleghi.
«Una volta ci si "azzannava" l'uno contro l'altro perle idee... Oggi si fanno alleanze e si costruiscono lobby provvisorie volte a risolvere il problema di sistemare questo o quello e di aprire questo o quel corso. E ci si continua ad "azzannare" per questo... Dare una borsa di studio a uno anziché a un altro ha un effetto piccolo, irrilevante, per alcuni versi controproducente... Ciò non toglie che l'iniziativa sia buona. Si poteva dire lo stesso della sperimentazione del reddito garantito operata dal governo di centrosinistra in alcuni paesi come San Giovanni in Fiore...».

Ma perché si è arrivati a questo?
«Dopo la riforma degli anni Ottanta si è registrato un ingresso indiscriminato di personale con meriti sindacali e non cognitivi e scientifici. Questo ha abbassato il livello di dignità e di autorità. I professori più intelligenti si danno da fare per mettere su gli spin-off dai quali guadagnare soldi... Quelli mediocri, che sono la stragrande maggioranza, prendono il lavoro universitario come un impiego, con l'orario da seguire e così via... E fanno "battaglie" per avere mille euro in più. E così da mediocri diventano ottusi. Vuole la prova di quello che dico? Attraverso le varie finanziarie sono passate due, tre riforme assurde e non hanno battuto ciglio, recependo le disposizioni ministeriali in modo supino. L'autonomia, in sostanza, c'è o non c'è e le Università del Sud per questo sono le peggiori. Perché c'è la totale mancanza di ruolo universitario dei professori».

Non ci sono le condizioni per l'autonomia, d'accordo. Ma ci spiega meglio perché c'è così tanto interesse a produrre mediocrità?
«È la struttura universitaria che produce i mediocri e, soprattutto, la servitù volontaria. Che si traduce in soldoni quando si elegge il rettore. Tre mandati fa Latorre ha proposto l'aziendalizzazione dell'Università della Calabria. Qualche tempo fa ci saremmo fatti tutti una gigantesca risata collettiva... Addesso invece anche i professori che provengono dall'esperienza del '68 hanno aderito a questa visione di crediti e debiti... Ma li avete visti gli studenti? Prendono passivamente appunti, non fanno più domande, sono presi unicamente dalla fregola di scrivere quello che dice il professore. Se dico loro non prendete appunti sa cosa fanno? Scrivono che non devono prendere appunti... Di sicuro non vedremo più rivolte studentesche...».

Ha un rimedio da proporre?
«La cosa più igienica da fare sarebbe precarizzare i professori invece che stabilizzare i precari... Il ruolo di professore richiede capacità di trasmissione del sapere che invece non c'è. Il sistema vigente è anacronistico: vinci un concorso e stai per cinquantanni nella stessa Università a ripetere le stesse cazzatine... Sarebbe meglio introdurre contratti decennali abbinati all'abolizione del valore legale del titolo di studio. E riportare l'Università al suo compito, che non è quello di svolgere formazione professionale e far cercare sbocchi lavorativi agli studenti, ma quello di far venire fuori la loro vocazione. Ed eventualmente correggere le scelte. Invece si privilegia l'idea del mercato del lavoro. Anche il rettore dovrebbe essere sorteggiato e non andare avanti per più di un mandato...

E ci vorrebbe anche più controllo da parte degli studenti. Se la maggior parte di loro contestasse un certo tipo di andazzo sarebbe giusto e doveroso tenerne conto e mandare qualche professore o lo stesso rettore a casa a pensare ad altro...».

Franco Piperno chiude così la sua riflessione. Non si tira mai indietro quando c'è da parlare chiaro. E se lo manda in diretta la "sua" Radio Ciroma, per la quale non nasconde mai il suo amore quasi filiale, è ancora più motivato.


di Grabriele Carchidi


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