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Pubbliche virtù, vizi privati

(Articolo pubblicato su Fatti al cubo Anno 02 n. 33)



Il 2008 non è cominciato bene per il nostro Rettore. Ha commesso qualche errore. La pantomima per il mancato arrivo dei soldi promessi dal Governo nazionale è parsa a tutti fuori misura. Non c’è stato, infatti, nessun taglio ma solo la mancata erogazione di risorse aggiuntive. Niente di speciale in un Paese dove tutti aspettano che siano mantenute le promesse di aumenti salariali e di mille altre cose.

Il lamento del sud derelitto ha avuto fiato corto: qualche svogliata iniziativa, qualche adesione di facciata. L’Università avrebbe dovuto, invece, richiamare l’attenzione della Calabria e dell’intero Paese sul più generale tema dello stato d’abbandono in cui sono ridotte Università e Ricerca.

Riforme strampalate, contraddittorie, improvvisate. Carenza strutturale di risorse e di strumenti. Crescente emarginazione dell’Italia a livello internazionale. È un problema dell’Italia, non è un problema locale nel quale dare libero sfogo a un provincialismo inutile e perdente.

Altra scelta incomprensibile fatta dal Magnifico è stata quella di diventare un Quadro del nuovo Partito Democratico. L’impegno assunto prima delle elezioni di ritenere definitivamente chiuso il capitolo della politica è stato repentinamente disatteso. Era una bugia! Per il Rettore, l’Università è un mezzo, non è il fine. Lo dimostra anche la vicenda degli incarichi esterni che è un nervo scoperto, come appare dalla sua recente intervista su questo giornale, nella quale ha usato argomenti simili a quelli di Mastella a “Porta a Porta” (così fan tutti e così faccio anche io!).

Al di fuori delle vicende private, credo che sia dannoso per la nostra Università avere un Rettore così manifestamente schierato e così organicamente inserito nel sistema politico regionale. I motivi sono almeno due. L’Università deve essere luogo aperto a tutte le idee. Ogni professore ed ogni studente, di destra, di centro, di sinistra, estremista o moderato, deve sentire che l’Università è la sua casa.
Ma c’è un altro motivo: l’Università non può essere organica ad un sistema di potere, perché sminuisce il suo ruolo e la sua funzione e rischia di fare la fine di tanti Enti che diventano solo pedine di scambio nel gioco della lottizzazione tra partiti.

Quindi è stata una scelta controproducente che forse non gioverà nemmeno al Partito Democratico, che dovrebbe puntare sul nuovo, sui ragazzi e le ragazze, su chi rappresenta se stesso e la sue idee. Le due vicende a ben pensarci non sono scollegate. Il clamore sollevato per il mancato finanziamento aggiuntivo è pienamente organico alla nuova discesa nell’agone. È un modo vecchio di fare politica: il sud abbandonato, Dixieland, e via piangendo.

In questo scenario deprimente è tornata a galla sui giornali nazionali e locali la questione parentopoli, la quale getta ombra su un’Università che, a chiacchiere, si autodefinisce virtuosa. Il Rettore affronta la questione nel modo consueto. La testa sotto la sabbia, aspettando che la vicenda si sgonfi.

È un errore. Nella nostra Università c’è una moltitudine di figli, figlie, mogli e mariti di professori, di dirigenti, di funzionari, d’impiegati che hanno un posto fisso o sono assegnisti, dottorandi, co.co.pro., contrattisti e via cantando.
Sono decine o forse centinaia. Molti di più dei 4-5 casi che periodicamente compaiono sulla stampa. Molti di loro sono persone di capacità straordinarie. Ma sono capacità che si ritrovano anche in altre ragazze e altri ragazzi che provengono da famiglie che non hanno nulla a che fare con l’Università. Non ci possono essere discriminazioni. Accanto a gente bravissima forse c’è anche chi, senza questi legami familiari, non sarebbe mai riuscito ad entrare nell’Università. È un problema grave che va affrontato seriamente.

La prima cosa è fare una ricognizione puntuale per dare una dimensione esatta al problema. Quante sono le persone imparentate tra loro? La seconda è rendere facilmente accessibile, sul sito internet dell’Università l’elenco non solo dei dipendenti ma anche dei dottorandi, dei co.co.pro., degli assegnisti e di quanti altri. La terza cosa è promuovere un codice di autoregolamentazione che definisca alcune norme semplici per ricondurre la questione a livelli fisiologici.

Se dai singoli fatti si passa ad una visione più generale, il quadro resta sconfortante. L’Università della Calabria si provincializza, diventa sempre più simile ad un liceo, perde sempre più il contatto con la dimensione universale del sapere.
I ricercatori sono oberati da carichi didattici inaccettabili. Il personale tecnico e amministrativo è sempre più mortificato. Gli studenti non contano nulla. Il loro spazi sono inesistenti. Il numero delle postazioni informatiche a loro disposizione è indecente. I trasporti sono inadeguati, così come i parcheggi.

Tutto questo avviene nella rassegnazione generale. Tutti lì, studenti, sindacati e professori, a guardare come fosse una fiction immutabile e non la realtà nella quale si consuma la nostra esistenza e nella quale si può e si deve intervenire.
È necessario perciò scuotersi, discutere, confrontarsi. Servono iniziative. Diamoci da fare.

Pasquale Versace



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