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Il terzo mandato

 

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La brutta storia del terzo mandato

Prof. Francesco Merloni


Rettori “eterni”? No, grazie.


di Francesco MERLONI


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Negli ultimi tempi si sta assistendo ad un moltiplicarsi delle iniziative di modifica degli statuti delle università. L’oggetto di tanta attenzione non sta, come sarebbe da aspettarsi, nella ricerca di soluzioni organizzative che migliorino il funzionamento e i risultati delle università, nella ricerca e nella didattica. Al contrario, i Senati accademici sembrano preoccupati solo di prolungare la durata del mandato delle cariche, ma in particolare dei rispettivi Rettori. In particolare, ancora, di assicurare ai rettori attualmente in carica la possibilità di candidarsi per un ulteriore mandato rispetto a quello previsto dallo Statuto.

Per raggiungere l’obiettivo la fantasia che viene dispiegata è straordinaria: si va dal prolungamento della durata delle cariche per tutti gli organi alla raffinatezza di modifiche assolutamente ad personam.

I nostri atenei devono non incoraggiare ma combattere la concentrazione delle cariche nelle stesse persone per tempi troppo prolungati. Lo stesso fondamento dell’autogoverno delle università sta nel riconoscimento alle comunità scientifiche della capacità di assicurare un continuo ricambio tra coloro che svolgono il loro compito fondamentale, la ricerca e l’insegnamento, e coloro che, per periodi limitati, sottraggono tempo prezioso alle attività scientifiche e didattiche, per dedicarsi alla cura di interessi generali, assumendo cariche organizzative, di indirizzo (gli organi di ateneo e di facoltà) e di gestione (i direttori di dipartimento).

In questo modo non solo i professori restano sempre attivi sul piano scientifico, ma si evitano pericolose concentrazioni di potere e si formano quadri sempre nuovi in grado di assumere, a rotazione, gli incarichi organizzativi e gestionali. A ben vedere la china intrapresa rivela una forte involuzione del funzionamento delle università. Da un lato perché si alimenta il mito di rettori “demiurghi” assolutamente insostituibili, dall’altro perché le modifiche statutarie sono avanzate a favore di rettori in carica, in grado di condizionare pesantemente il voto degli organi con potere statutario, a cominciare dai Presidi.

E qui si svela la vera sostanza della tendenza in atto, che si pone come conseguenza diretta della deriva gestionale (e spesso personalistica) delle competenze affidate dallo statuto al rettore. Dappertutto questi non è più la massima rappresentanza della comunità scientifica, l’organo che assicura la politica generale dell’ateneo, guidando i suoi massimi organi collegiali.
Egli è in realtà il dispensatore di minuti favori, un padre-padrone, che dispone di un’amministrazione centrale pienamente al suo servizio (grazie anche al rapporto fiduciario che egli stabilisce con il direttore amministrativo); un detentore di un forte potere reale, che è pericoloso contrastare, a pena del sacrificio di interessi di rilievo (di facoltà, di area scientifica, di scuola).

Più si allunga la durata in carica del rettore o la possibilità di cumulare mandati, più si consolidano le maggioranze e i gruppi che ne hanno assicurato l’elezione, più si allontana la possibilità di un ricambio fisiologico o di un equilibrio nella cura degli interessi interni all’ateneo.

Per fermare questa deriva il nuovo Ministro dell’Università e della ricerca scientifica Mussi ha già in mano lo strumento del rinvio al mittente di modifiche che vadano nel senso di un non motivato prolungamento della durata delle cariche. Già domani il Ministro potrebbe dichiarare che intende usare del suo potere di controllo per ottenere l’effetto di un arresto del fenomeno in corso.

Ma forse occorre trarre una lezione dalla vicenda per fissare, con legge dello Stato, il principio della non reiterabilità di tutte le cariche universitarie, a partire da quella di rettore. Un solo mandato, magari più lungo (5-6 anni), indurrebbe le comunità accademiche a scegliere con maggiore attenzione i propri rappresentanti e dovrebbe garantire che l’incarico sia svolto con il massimo dell’imparzialità, senza dover curare gruppi definiti di interessi, in vista della propria rielezione. Uno scandalo? Una pericolosa limitazione dell’autonomia? Assolutamente no.

La scelta di fissare con legge la durata delle cariche, sottraendo questa materia all’autonomia statutaria delle università (anche dopo il pessimo uso che se n’è fatto) è sicuramente coerente con la norma costituzionale sull’autonomia universitaria. Basta guardare poi agli enti locali, la cui autonomia statutaria, circondata di garanzie costituzionali ancora più forti di quella delle università (l’autonomia locale è politica, quella universitaria solo funzionale) non tocca l’intera materia degli “organi di governo” che la Costituzione ha voluto invece fissati, quanto ad articolazione, composizione, durata in carica, competenze e sistemi di elezione, in modo uniforme dalla legge dello Stato.

Francesco MERLONI, professore ordinario di Diritto Amministrativo, Facoltà di Scienze Politiche - Università di Perugia - Settembre 2006


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